Antonio Valentino, tu e gli amici del Trio Debussy avete sempre accolto le proposte dell’Unione Musicale, anche quelle meno convenzionali o… più strampalate. Come affrontate la proposta di partecipare al progetto Short Track?
I progetti originali ci hanno sempre interessato, l’idea di mettersi in gioco provando ad avvicinare nuovo pubblico è sempre stato molto stimolante per noi! Tanti anni fa creammo un Festival di musica, “tra Futuro e Passato”, che avvicinava contemporanea e classica. Lo scopo era dare una chiave di lettura nuova all’ascolto della cosiddetta “musica classica”, abbattendo le barriere di diffidenza che a volte impediscono alle persone di entrare in sala da concerto. L’esperimento riuscì così bene da avere la sala sempre pienissima di persone di ogni età. Ben vengano le nuove idee!

Il progetto Short Track è anticonvenzionale per quanto riguarda gli orari (è ripetuto tre volte all’interno della stessa serata), la composizione del pubblico (dagli 0 ai 99 anni), il posizionamento degli spettatori (che verranno fatti sedere vicino agli esecutori) e il fatto che, al termine dell’ascolto, si possano porre delle domande. Secondo te sono elementi che possono aiutare a far percepire la classica con maggiore simpatia?
Certamente sì. Tutto ciò che serve a rendere più “domestica” la musica classica deve essere fatto. La musica da camera per altro è nata anche con questo scopo: godimento musicale all’interno della dimensione casalinga, in contrapposizione alla musica lirico/sinfonica, eseguita in grandi sale e a distanze molto grandi tra pubblico e interprete. È musica talmente raffinata da aver bisogno di essere ascoltata da vicino!
Credo che anche la brevità del concerto possa essere di aiuto ad un pubblico non avvezzo all’ascolto, meglio lasciare la voglia di tornare…

Tutte queste “novità” mettono in difficoltà l’interprete? Se ti immagini che un bimbetto gattoni vicino al pianoforte mentre suoni “Al chiaro di luna”, come la vivi?
Se, come dicevo prima, si vive l’esecuzione in pubblico con approccio semplice e genuino di certo non sarà un problema il movimento del pubblico, anzi! Direi che potremmo parlare di un ritorno alle origini, quando la distanza tra esecutori ed ascoltatori era davvero minima.
Se da una parte sarà forse più difficile concentrarsi, dall’altra è l’occasione di vivere il concerto più come momento di autentico scambio che come prestazione esecutiva. Questo è l’approccio che mi riprometto sempre di cercare durante i concerti, forse con questo “folle progetto” mi sarà più facile attuarlo!

Ti “preoccupano” o ti divertono le domande che potrà fare il pubblico?
E perché dovrebbero preoccuparmi? Non vedo l’ora! Sarebbe bello inserire un momento come questo alla fine di ogni concerto. Quando si studia per ore, giorni, mesi un programma da concerto e lo si presenta al pubblico l’unico feedback rimane per noi l’applauso finale. Da questo semplice gesto l’interprete può intuire tantissime cose. Se poi, oltre che intuire, c’è l’opportunità di parlare direttamente di musica con il pubblico ne nasce qualcosa in più, incredibilmente stimolante, e come dicevo… non vedo l’ora di farlo!

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