Qual è il suo rapporto con la musica classica?
La musica classica è entrata nella mia vita fin dall’infanzia. Vivevo all’ombra di un campanile, e a 6-7 anni facevo parte del coro di voci bianche di Sant’Ilario, a Genova. Abbiamo eseguito l’Halleluja di Haendel [dal Messiah] con mille cantori. Un’esperienza incredibile, che incuneò in me il desiderio di crescere coltivando la musica classica, anche se poi non sarebbe diventata la mia attività principale. Una passione che si è trasferita in una bella raccolta di dischi in vinile, di cui sono molto fiero! E da allora il mio dialogo con la musica non si è mai interrotto.

Chi è Mozart per Tullio Solenghi?
Di fronte a Mozart mi inchino al genio e ne sono suggestionato. Per pochi personaggi come per Mozart viene la tentazione di spiare dal buco della serratura osservando come compone, come scrive, come crea. Per me è la quintessenza del genio senza retorica, senza ortodossia. È una personalità affascinante, anche dal punto di vista del mio mestiere, per la sua capacità di conservare l’elemento fanciullesco, di sapersi muovere tra il mondo del sublime e quello del saltimbanco. E per l’ironia, un atteggiamento importante per ogni artista, naturalmente anche per un comico. Non credo al cliché del comico che nel privato è triste, serioso (come poteva essere il grande Totò, di cui si racconta avesse un carattere buio come la casa in cui viveva). Per quanto mi riguarda, non amo la schizofrenia tra vita e scena. Mi piace essere solare e ironico anche nel privato. L’ironia è una condizione esistenziale fondamentale. In Mozart lo è.

Il Divertimento K. 563, nato nell’ultimo periodo, è opera di straripante bellezza. C’è tutto: il cesello classico, l’elemento popolare, e l’ironia. Come è nato il progetto con il Trio di Firenze?
Ho ricevuto la proposta da Patrizia Bettotti (violino del Trio) dopo il successo di Amadeus di Peter Shaffer, e così ho ripercorso un mondo già molto masticato, e amato. Guardiamo a Mozart attraverso lettere, scritte da lui o a lui, dal padre, soprattutto, e da chi ne ha incrociato l’esistenza. Le abbiamo suddivise tra i vari movimenti del Trio K. 563 (e inoltre si esegue il Minuetto K. 1, la prima pagina scritta a quattro anni!!!), ogni blocco fotografa un aspetto della sua vita: il bambino prodigio, il successo, gli amori, il declino, la morte, la tumulazione. Ci sono luci e ombre, si ride e ci si commuove, con momenti da groppo alla gola, come il racconto della cognata Josepha Weber, e momenti in cui Wolfgang fa il villanzone, con le sue “trasgressioni scatologiche”. Il sublime e il volgare, tutto.

Che cos’è un trio d’archi, per un artista che molto ha lavorato in trio (gli amatissimi Solenghi, Marchesini, Lopez)?
Il trio d’archi ha tre timbri, violino, viola, violoncello, che suonano la stessa musica: diversità e complicità, com’era anche per noi. Sono tre strumenti protagonisti, nessuno accompagna soltanto, nessuno è solo spalla, ma tutti hanno dei primi piani. Così per noi, con una fedeltà scientifica alla scrittura, quasi maniacale. Ognuno aveva un ruolo, ma la partitura poi sembrava nascere sulla scena.

(Intervista di Monica Luccisano)

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