Da quali suggestioni nasce lo spettacolo La maschera di Amleto?
Stavo cercando un nuovo punto di vista su Amleto di Shakespeare, un soggetto di grande statura artistica e molto rischioso. La mia riflessione si è focalizzata sull’interpretazione femminile del personaggio, già realizzata a teatro da Sarah Bernhardt e al cinema, nel primo Novecento, da Asta Nielsen nel film di Svend Gade. Poi mi ha folgorata la scoperta di uno “scoop” apparso a fine Ottocento nel libro di Edward Vining The Mystery of Hamlet secondo cui Amleto era in realtà una bambina travestita ed educata da maschio per ragioni dinastiche.

Che ruolo ha la musica nella drammaturgia dello spettacolo?
Il ruolo della musica nei miei lavori in teatro è fondamentale: è una costruzione parallela al soggetto e alla parola, un linguaggio parallelo che mi permette di raccontare una vicenda con un continuo scambio di codici di comunicazione ma con un medesimo respiro. L’importanza data alla musica, diventata un’esigenza sottintesa in ogni mio progetto, è dovuta alla mia formazione, che nasce con gli studi musicali e poi si trasferisce nella scrittura.

Dopo Mind the Gap, Lady Shakespeare! presentato nel 2014 allo Stresa Festival con Sonia Bergamasco, sulle figure femminili shakesperiane, ora è la volta di Amleto: quale lettura viene offerta del celeberrimo personaggio?
Come dicevo prima, secondo la lettura di Vining Amleto era dunque una donna. Alla luce di questa identità di genere tutto assume un nuovo significato e una nuova “maschera” per le inquietudini e le contraddizioni di Amleto, una stratificazione di sensi sulla vicenda e sui rapporti con i diversi personaggi, con la madre Gertrude, con la donna che l’ama fino a impazzire Ofelia, con l’amico o forse più che amico Orazio… Questo cambio di prospettiva è stata una suggestione fortissima per il mio impianto drammaturgico, perché amplifica lo sguardo interrogativo di Amleto (la sua riflessione sul sentire l’adeguatezza dell’essere e l’attrazione per il non-essere).

Come interagiscono viole da gamba e percussioni, repertorio antico e moderno? Perché viene utilizzato questo contrasto musicale?
In particolare per La maschera di Amleto ho voluto raddoppiare il senso del dialogo, oltre a quello tra le discipline musica e parola, mettendo in relazione due mondi sonori lontani, contemporaneo e antico: si aggiunge così il dialogo tra “antiche” viole da gamba e strumenti a percussione “che viaggiano nel tempo e nelle culture”, dove il repertorio rinascimentale e barocco (Hume, Dowland, Holborne) sposa strumenti ritmici che si nutrono di una pulsazione di assoluto presente.

L’interazione con l’attrice e regista Olivia Manescalchi ha influenzato la drammaturgia? Quali le suggestioni ricevute?
Olivia Manescalchi si è appassionata da subito a questo lavoro, al soggetto, al testo che le ho proposto, alla sua dimensione sonora. Dimostra ancora una volta di entrare con tutta la sua sensibilità di attrice e di regista in ogni progetto (lavoriamo insieme da tempo), con un’estrema disponibilità a mettersi in gioco. È vero, da lei ricevo suggestioni, ma ciò che soprattutto ritengo fondamentale è la sua capacità di restituire un’idea, di darle corpo e voce dall’interno.

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