Maestro Werba, all’interno del ricchissimo programma che presenta a Torino c’è un brano al quale è particolarmente affezionato? Perché?
Dichterliebe, che è per me come uno unico lungo Lied, composto di sedici piccoli momenti, ognuno di una bellezza sbalorditiva e indissolubilmente concatenati tra loro. Ogni volta che ho la possibilità di eseguire quest’opera mi sorprendo della sensibilità di Schumann nel fare suoi la lingua e i versi di Heine. Con ogni nota, ogni parola mi immergo un po’ di più nell’incantesimo sensoriale che è Dichterliebe.

Lei è molto attivo in ambito operistico: che emozioni dà e che sfide pone un recital cameristico?
Il recital è sempre l’occasione per dimenticare tutto il contorno che comporta il lavoro in una produzione operistica. Non bisogna più preoccuparsi di sincronizzarsi con gli altri interpreti, con la meccanica e i tempi della scenografia, con i concetti della regia. Ci si focalizza solo sulla musica, sul corpo, sulla voce. Un momento molto intimo in cui ci si consegna nelle mani degli ascoltatori in tutta la propria fragilità, nella propria nudità, senza sovrastrutture.

Per lei che è nipote del celebre pianista Eric Werba che ruolo ha avuto la musica nel suo sviluppo personale? Se non avesse fatto il cantante quale altra professione avrebbe scelto?
Che la musica sarebbe stato il centro della mia vita mi è stato chiaro fin da bambino, quando non avevo ancora idea di cosa fossero l’opera e i Lieder. Non mi interessava cosa, l’importante era cantare. Ho iniziato con una rock band nella scuola della cittadina dove sono cresciuto: stare sul palcoscenico mi è sempre venuto molto naturale e poi verso i quattordici anni ho scoperto Schubert. Il mio maestro di musica capì il potenziale nella mia voce “adulta” e mi fece provare Die Krähe da Winterreise. Poco dopo sentii per caso l’aria di Silvio, dai Pagliacci e fu un colpo di fulmine. Un altro mestiere? Impensabile!

L’Unione Musicale si sta impegnando da anni per coinvolgere maggiormente i giovani ascoltatori con una politica di prezzi che li avvantaggia, con l’introduzione di guide all’ascolto realizzate da giovani musicologi, con la programmazione di nuove formule di concerti brevi eseguiti da un question time con gli interpreti… a suo avviso possono essere strumenti efficaci? Che cosa si fa all’estero?
Credo si tratti di strumenti efficaci e necessari. È fondamentale spingere le nuove generazioni a riavvicinarsi alla musica classica, renderla accessibile sia economicamente sia intellettualmente, e abbattere quel muro di diffidenza che vedo spesso nei volti dei giovani al contatto con un programma sinfonico o operistico. All’estero noto stranamente una sensibilità maggiore, forse dovuta all’educazione musicale che accompagna i ragazzi durante il percorso scolastico, spesso anche grazie all’intervento e alla mediazione di pedagoghi professionisti. Trovo molto triste che proprio in Italia, con il suo sconfinato patrimonio musicale, lo slancio verso la musica classica non sia innato, ma mi auguro che il contributo dell’Unione Musicale aiuti a risvegliare l’interesse.

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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