Come nasce lo spettacolo Il corno meraviglioso del fanciullo?
«La scelta a favore del Corno meraviglioso del fanciullo è stata quasi irresistibile. Avevamo da poco rappresentato uno spettacolo sui Lieder di Wolf, sempre con Controluce; l’esperimento di tradurre sulla scena il Canzoniere italiano di Wolf ci era parso molto riuscito e volevamo proseguire in questa direzione. Mentre ci stavamo chiedendo a quale compositore rivolgerci, abbiamo esclamato, quasi all’unisono: Mahler! Certo, sappiamo come molti cicli liederistici, specie nell’Ottocento, posseggano una forte impronta rappresentativa. L’idea era quella di renderne palpabile la teatralità implicita pur mantenendola a un livello allusivo, attraverso la gestualità dei cantanti e l’immaginario visivo creato dal teatro d’ombre. Quello che, in più, ci offriva Il corno meraviglioso del fanciullo (oltre a una straordinaria concretezza immaginifica) era la dimensione collettiva: le tante storie di quella tradizione popolare (o pseudo-popolare) che ne sta alla base, potevano dar vita a una narrazione di gruppo, come se ciascun Lied traducesse, sia in musica sia sulla scena, la memoria di una comunità.
Il fatto poi che il ciclo del Corno meraviglioso non racconti una storia da cima a fondo, non possegga cioè una consequenzialità scandita in un prima e in un poi, ha costituito una bella sfida: per questo motivo, da una parte ho pensato che tutti i cantanti dovessero restare in scena e partecipare attivamente all’azione anche nel momento in cui non cantano, così da rappresentare quella comunità da cui sono nati gli episodi del Corno meraviglioso; dall’altra ho voluto riunire assieme i Lieder “militari” in modo da individuare un personaggio (ora soldato in trincea, ora sentinella, ora tamburino condannato a morte), e imprimere agli episodi una direzione narrativa».

Lo spettacolo è già stato presentato a Milano, in una forma diversa e più lunga, quali caratteristiche avrà la versione elaborata appositamente per l’Unione Musicale?
«Lo spettacolo di Milano riguardava alcuni dei compositori che si erano rivolti ai testi poetici del Corno meraviglioso, la raccolta compilata da Arnim e Brentano all’inizio dell’Ottocento. C’erano infatti Lieder di Schumann, di Brahms e di Mahler.
Lo spettacolo per l’Unione Musicale sarà invece incentrato solo sui brani di Mahler, distribuiti tra cinque cantanti e trascritti per un gruppo strumentale da camera. Non potendo ricorrere alla grande orchestra, abbiamo voluto comunque conservare quel legame indissolubile che in Mahler si crea tra il timbro, il colore di uno strumento e la fortissima tensione rappresentativa di questi Lieder».

Gli artisti protagonisti provengono tutti dal Conservatorio di Milano, una bella opportunità per loro! Come si è trovata a lavorare con giovani studenti che si affacciano alla carriera professionale?
«È un lavoro che faccio da vent’anni, cioè da quando ho vinto un concorso che mi ha permesso di iniziare molto presto a insegnare Arte scenica in Conservatorio. Però devo riconoscere che, da quando insegno a Milano, ho lavorato con diversi studenti che poi hanno effettivamente intrapreso una carriera professionale, anche ad alto livello; il mio compito è quello di seguirli, accompagnandoli nel passaggio tra la scuola e il mondo del teatro lirico: un compito delicato, di grande responsabilità ma anche di grande gratificazione».

In scena, oltre ai musicisti, ci saranno le suggestioni visive di Controluce Teatro d’Ombre. Come vengono fatte interagire con la componente musicale?
«L’immaginario del teatro d’ombre è pensato in rapporto al carattere e alle scansioni della musica, che a loro volta guidano i movimenti dei cantanti-attori. Si crea così una fitta rete di rapporti tra musica, gesto e immagine visiva. In particolare, per il Corno magico del fanciullo, i riferimenti alle arti figurative del primo Novecento ci hanno consentito di collocare i brani in un contesto storico definito, che è poi quello dell’ultimo Mahler; un contesto che diventa ancora più specifico quando emergono i temi legati alla guerra: qui prevale il bianco e nero, le sagome s’ispirano alla grafica dell’Espressionismo e già si guarda alla Grande Guerra, quella di cui Mahler colse fino i fondo i sintomi anche se non gli toccò viverla».

A chi non ha mai ascoltato un Lied di Mahler, perché consiglierebbe di venire a vedere lo spettacolo?
«Molto presuntuosamente potrei dire perché ne vale la pena, perché gioca su quel surplus di partecipazione e di freschezza che viene dalla presenza di giovani interpreti, perché la commistione tra musica, immagini e azione credo catturi il pubblico, oltre a fornirgli nuove chiavi interpretative.
Facendo un discorso un po’ meno promozionale, come musicologa potrei risponderti che i Lieder di Mahler posseggono un’espressività talmente dirompente da non necessitare altri supporti per essere amati. Come regista, invece, credo che l’intervento di una spettacolarità allusiva, di una messa in scena che non riduca la musica a colonna sonora ma ne conservi il ruolo di protagonista, possa aiutare ad avvicinarsi a questo repertorio, specie per chi non abbia mai avuto occasioni di conoscerlo. Senza contare che il lavoro di messa in scena si rivolge in primo luogo al cantante-attore, ed è un tale stimolo a entrare più a fondo nella partitura, che la sua resa scenico-musicale può fornire nuovi spunti anche l’ascoltatore più smaliziato».

 

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