Dopo l’incidente che ha sospeso la sua carriera, come ha trovato la forza per ricominciare e esibirsi in recital?
Quando ho subito la lesione al dito nel 2005 ho veramente pensato di dovermi ritirare. E durante questi cinque anni che ho trascorso lontano dal palcoscenico ho iniziato a insegnare, innanzitutto presso la Juilliard School di New York – la mia alma mater – e poi come Chair Professor alla Ewha Women’s University di Seul, in Corea.
La passione per la musica non mi ha mai lasciata, sempre presente nella mia mente e nella mia anima. Durante il tempo trascorso lontano dalle scene ho apprezzato l’esperienza di studiare la musica senza il mio strumento! Solo dopo la fisioterapia intensiva e la guarigione ho ripreso a eseguire musica effettivamente, poco a poco. La prima opera che ho suonato al mio ritorno sulle scene nel 2010 è stato il Concerto di Brahms con la Philharmonia Orchestra e Vladimir Ashkenazy, di fronte al pubblico entusiasta di Seul. Per la verità non ero in buona salute quella sera, ma adesso mi rendo conto di aver vissuto molte altre esibizioni in condizioni fisiche estremamente difficili durante tutta la mia carriera. Tuttavia una volta che entro sul palcoscenico e comincio a suonare qualsiasi disagio o dolore diventa completamente irrilevante e lo dimentico, perché sono totalmente assorbita in una sola cosa: la musica e il messaggio del compositore. Sono molto grata e felice di essere ancora in grado di realizzare ciò che amo fare di più, ovvero esibirmi sul palcoscenico.

Dal 1987 al 1998, con 5 apparizioni, è stata una dei protagonisti delle stagioni concertistiche dell’Unione Musicale. Si ricorda alcuni recital a Torino di quegli anni? Cosa significa per lei di tornare in questa città? Si ricorda il concerto durante il quale, alla fine della Sonata di Prokof’ev, le è scrivolato l’archetto di mano?
In realtà non ricordo l’incidente di Prokof’ev… Dopo tutto si tratta di 30 anni fa! Ma ricordo che il mio ultimo recital a Torino è stato quasi 20 anni fa, nel 1998, con il meraviglioso Itamar Golan.
Per me i concerti sono sempre state un’esperienza molto personale e unica, condivisa con il pubblico di quella sera. E ogni concerto è diverso dall’altro, in particolare per via delle caratteristiche del programma musicale eseguito. Questo è uno degli aspetti più belli di un recital. Conservo molti ricordi del meraviglioso pubblico di Torino – anzi, dell’Italia! – che possiede un calore e un entusiasmo speciali, di cui ho sempre fatto tesoro con tutto il cuore.

Quando è nata la sua collaborazione artistica con il pianista Kevin Kenner?
Nell’estate del 2011, quando l’ho invitato a partecipare al mio festival a Pyeongchang in Corea del Sud (dove si svolgeranno le Olimpiadi Invernali nel 2018).
Il programma francese che eseguirò per il mio ritorno a Torino è composto da opere amate da tutti i violinisti; un repertorio che necessita assolutamente di un grande accompagnatore al pianoforte. Sono fortunata ad avere un partner musicale come Kevin Kenner e la nostra collaborazione, che va avanti già da sette anni, è stata un percorso artistico che ho apprezzato molto. Quindi non vedo l’ora di accogliere i fan di Torino, condividendo con loro il nostro nuovo programma!

A suo parere, quali sono le qualità più importanti di una persona che intende intraprendere una carriera musicale professionale?
Pazienza e tenacia, totale dedizione e amore per quello che si fa. Ma a mio avviso, la qualità più importante è proprio la pazienza. Inoltre il corpo, l’anima e la mente devono essere in totale connessione con lo strumento. È una grande fortuna che non mi abbiano mai abbandonato l’attaccamento, l’amore e la passione per il violino, strumento attraverso cui esprimo la mia musica. L’esecutore è il portavoce del compositore ed è al servizio del suo messaggio. È indispensabile ricordarlo sempre!

 

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