Come nasce il programma “Florilegio Barocco” che presenterete a Torino per l’Unione Musicale?
Questo programma vuole essere un inno alla “varietà”, una delle caratteristiche più spiccate della musica barocca e forse la più grande fortuna per noi interpreti.
Lavorando a quattro mani con Simone Ori, clavicembalista, abbiamo cercato di racchiudere nel programma una molteplicità e diversità di “affetti”, come si definiscono in linguaggio barocco gli stati d’animo e i sentimenti, alternando brani di carattere appartenenti a periodi e autori diversi. Si comincia ovviamente con Monteverdi, il faro della musica italiana del Seicento, ancor più celebrato quest’anno in occasione delle celebrazioni per i quattrocentocinquanta anni della nascita; si passa per Barbara Strozzi e Benedetto Ferrari, autori di musica più intima e cameristica, per arrivare al virtuosismo vivaldiano e all’intensità di Scarlatti, compositore per cui ho una personale predilezione.

Quali sono state le tappe principali della collaborazione con Simone Ori?
Ho avuto la fortuna di conoscere Simone in alcune delle mie prime produzioni operistiche barocche. Quello che ho subito apprezzato di lui, oltre alle grandissime doti di strumentista, è stata la sua straordinaria apertura e passione per la musica a 360°: ci siamo trovati in men che non si dica a parlare di Monteverdi e di Sinfonie di Mahler!
Da subito si è instaurato un bellissimo rapporto di stima e condivisione ed è quindi stato molto naturale pensare di dare voce a questa nostra affinità e amicizia con un progetto nostro. Abbiamo portato questo programma in Francia già diverse volte, più recentemente a Parigi nel bellissimo quadro del Museo delle cere Grevin.

Il vostro concerto fa parte della serie di concerti che l’Unione Musicale dedica alla musica antica e preclassica. Vent’anni fa, quando è partita questa idea, tali repertori erano pressoché assenti dai cartelloni delle grandi stagioni concertistiche. Oggi invece si riscontra un forte interesse e il formarsi di vere e proprie fazioni di fan, appassionati solo di musica antica. Perché? Che cosa è successo nel frattempo?
Sicuramente se noi siamo qui adesso, lo dobbiamo a quei coraggiosi che già partire dagli anni Settanta e successivi, con un interesse sempre crescente, hanno cominciato a interessarsi a questo repertorio, frequentando biblioteche europee alla ricerca di manoscritti inediti e dando vita a formazioni di musica antica su strumenti storici. È sicuramente per merito loro che si è cominciato a riscoprire il valore e la straordinaria bellezza di questa musica.
La fortuna è stata proprio quella: si è costituita una generazione di artisti e interpreti fantastici che, su scala internazionale, hanno cominciato a leggere questo repertorio in una luce nuova, cercando di renderla più accessibile al pubblico. Credo che la chiave del successo della musica antica in questo periodo sia proprio il fatto di leggerla in una chiave sempre più moderna. Liberata da qualunque tradizione o rigido concetto di stile, questa musica è sempre nuova, un foglio bianco per interpreti coraggiosi!

A lei, che è molto attiva in ambito operistico, che emozioni dà e che sfide pone un recital di questo tipo?
Personalmente trovo sempre molto più complesso esprimermi in un concerto che in un’opera. Nell’opera il cantante è portato a rappresentare un personaggio, spesso con molteplici e diverse emozioni, ma comunque con una sua identità, ed è inoltre aiutato dalla regia, dalla messinscena e dai costumi. Nel concerto tutto questo manca: si è soli con la propria voce e la propria espressività. Ciò offre una enorme libertà, nel senso che è l’interprete a scegliere che cosa fare e in che modo, ma al tempo stesso i rischi sono molto maggiori: passare da un autore all’altro nel giro di pochi secondi, adattarsi a continui cambi espressivi ed emotivi espone a critiche di diversa natura. Ma in fondo è noto che noi cantanti siamo amanti del rischio…

Secondo lei, qual è il ruolo della musica nello sviluppo di una persona?
Posso parlare solo per la mia esperienza personale. La musica è entrata nella mia vita quando ero bambina e ho cominciato a cantare in un coro di voci bianche, esperienza che ho coltivato fino ai 15 anni, quando ho cominciato lo studio del canto. Da allora per me la musica è stata una cosa sola: condivisione. Perché musica ci sia c’è bisogno almeno di due soggetti, qualcuno che la produca e qualcuno che l’ascolti. In scala molto più grande credo possa essere uno straordinario strumento di condivisione delle emozioni e di aggregazione.

Come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Inutile dire che per lavoro, per studio e per interesse personale utilizzo tantissimo i mezzi digitali per l’ascolto della musica, soprattutto tramite internet. La comodità di trovare ormai pressoché tutto disponibile in formato digitale e con un clic è impagabile. Per noi artisti l’utilizzo del web è ormai indispensabile: sito web, pagina Facebook o account Twitter sono ormai all’ordine del giorno, e credo siano molto importanti per raggiungere anche un pubblico differenziato, nuovo, giovane e per restare in contatto con quanti davvero apprezzano il nostro lavoro e lo seguono con grande passione.
L’emozione dell’ascolto della musica dal vivo è però una cosa diversa. Innanzitutto la componente emotiva e l’effetto del suono live al nostro orecchio sono cose che il supporto digitale non può assolutamente tradurre. E comportano reazioni emotive e sensoriali imprevedibili e ogni volta nuove. Inoltre trovo che vi sia sempre più la tendenza alla ricerca della perfezione nelle registrazioni, spesso frutto di forti interventi di post produzione. Questo si traduce in registrazioni assolutamente perfette ma talvolta piuttosto fredde…E cosa c’è di più bello di una vitale imperfezione?

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