Quali sono i caratteri stilistici salienti dei tre autori che affronterete nel programma intitolato La Gerusalemme liberata? Quali le affinità o le differenze con cui si ispirano ai celebri versi di Torquato Tasso?
Nonostante la presenza di tre autori, il programma si presenta con una forte unità stilistica. Marenzio e De Wert sono i più importanti madrigalisti degli ultimi due decenni del Cinquecento, quelli che si sono spinti più avanti nella ricerca della rappresentazione in forma polifonica degli “affetti”, e di fatto sono i due modelli da cui il giovane Monteverdi ha tratto ispirazione. Marenzio, De Wert e Monteverdi rappresentano in qualche modo l’apice assoluto del secolo del Madrigale.

In che modo questi autori preparano il passaggio dal madrigale polifonico al futuro teatro musicale?
La teatralità è già presente in queste composizioni, che stupirono lo stesso Tasso, il quale pensava che le sue composizioni drammatiche non fossero adatte a essere messe in musica. De Wert è il vero grande precursore; i suoi madrigali sono “recitar cantando” in forma polifonica. Il passaggio dal Monteverdi polifonico a quello monodico è un adattamento tecnico al nuovo gusto che si stava formando, ma le basi sono nel madrigale drammatico ideato soprattutto da Wert.

Quali sfide interpretative vi propone questo programma?
Riunire l’espressività e la precisione di intonazione e di insieme che il linguaggio polifonico richiede non è certo cosa semplice. Le incisioni discografiche dei gruppi provenienti dal Nord Europa ci hanno abituato a esecuzioni molto curate tecnicamente, ma che non danno risalto alla parola e sono un po’ avare di emozioni. In quanto italiani, noi abbiamo il vantaggio della familiarità con la lingua, la comprensione diretta del testo. La sfida è saperne trarre il massimo profitto senza sacrificare la componente tecnica.

Secondo il suo parere, come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
È quanto mai importante, soprattutto oggi, riavvicinare il pubblico alle esecuzioni dal vivo. Forse si può tentare di rivedere e aggiornare certi schemi, la solita ritualità del concerto a cui siamo abituati, ma il contatto diretto tra pubblico ed esecutore è l’unico momento in cui si può fruire e vivere la musica realmente. Tutto il resto è solo una riproduzione.

La musica antica richiama un pubblico di veri e propri fan. Come si può fare per avvicinare i giovani a questo tipo specifico di repertorio e attirarli a concerto?
Si sta sempre più diffondendo anche tra personaggi molto in vista nel mondo della musica antica, un tipo di approccio alla musica molto libero, che tende a manipolare o a “modernizzare” la musica per adattarla ai gusti del pubblico odierno fino a stravolgerla. Questa tendenza verso la volgarizzazione, unita a una sempre maggiore propensione agli atteggiamenti divistici è a mio avviso deleteria. Quando un musicista che ha un grande seguito si avventura in queste operazioni, il messaggio che i giovani recepiscono è che questo sia il modo corretto di eseguire la musica, e quindi le nuove leve di musicisti ne subiscono l’influenza cercando di imitarlo, e perpetuando sempre di più l’equivoco.
Portare ai giovani questa musica per me vuol dire prima di tutto amarla e rispettarla, ricordando sempre che le vere star sono i compositori. Il dovere dell’esecutore è di comprendere le intenzioni del compositore e “servirlo” nel migliore dei modi, e non quello di anteporsi al compositore.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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