Maestro Arciuli, il suo recital si intitola “Espressionismi e non” ed è stato inserito all’interno del Festival che la Città di Torino dedica all’Espressionismo… ci spiega come è nato questo programma?
Ho ricevuto, circa un anno fa, una telefonata di Giorgio Pugliaro che mi chiedeva un programma attorno alla Sonata op. 1 di Alban Berg. Non desiderava accostamenti didascalici, piuttosto una serie di brani che con l’Espressionismo intrattenessero un rapporto trasversale, indiretto, persino spiazzante. Ho pensato così al Liszt estremo, livido, astratto, dei Ritratti Storici Ungheresi, pochissimo eseguiti ma intensi e bellissimi; poi all’ultimo Haydn, quello proiettato nella dimensione quasi protoromantica delle Variazioni in fa minore. Per aprire il recital, però, ho preferito un’opera di Schoenberg, la sua più famosa e forse anche più amata, almeno tra i lavori pianistici, cioè i Sei Piccoli pezzi op.19. Restava da comporre la seconda parte del recital. E qui, con Giorgio, c’è stato uno scambio di idee, come – devo dire – accade spesso con lui e pochi altri direttori artistici. I programmi che nascono da questi confronti sono sempre una sfida, ma arricchiscono anche me. Per contrasto rispetto all’Espressionismo, si è optato per Debussy, Rota e Poulenc. Sulla carta è tra i programmi più bizzarri che abbia mai affrontato, ma credo funzioni bene e confido possa rivelare aspetti nuovi e freschi di pagine, in alcuni casi, molto note (come Suite Bergamasque di Debussy, ad esempio).

La musica contemporanea è da sempre al centro del suo interesse, ritiene che si faccia abbastanza a livello di istituzioni musicali e scolastiche per promuoverla? I giovani la conoscono e la apprezzano?
In Conservatorio sono attivi laboratori e corsi (sia per il triennio che per il biennio) di musica contemporanea. All’Accademia di Pinerolo io stesso curo un corso annuale, credo unico in Italia, di pianoforte contemporaneo. Che, in generale, si faccia abbastanza, non credo. Ma l’interesse dei giovani è raramente proporzionale agli sforzi che si fanno per coinvolgerli. Come dico spesso, bisogna avere più coraggio, forse più incoscienza, e – semplicemente – smettere di preoccuparsi troppo. La musica contemporanea è molto varia, ce n’è di orrenda, noiosa e inutile. Ma anche di molto bella. Mi pare che talvolta ci si concentri sulla prima a scapito della seconda. Io cerco di fare quella che mi piace e – a giudicare dai riscontri del pubblico – penso di impegnarmi nella giusta direzione. Il che non esclude altre strade e altri percorsi, anzi.

Secondo lei, come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Il concerto dal vivo ha sempre più senso, direi: l’ascolto digitale è una cosa del tutto diversa, che non sostituisce il concerto, ma gli conferisce una funzione differente rispetto al passato. Oggi, per ascoltare un brano, è sufficiente connettersi a Internet. Il concerto, dunque, ha senso come momento di condivisione di un’esperienza estetica ed emotiva molto intensa e irripetibile. E al musicista si chiede, a mio avviso, carisma e capacità di raccontare la musica, in senso lato. Il concerto sta cambiando, la figura del concertista pure. È inevitabile. Quello che mi preoccupa è, semmai, la verticale caduta di concentrazione: in generale è difficile che le persone riescano a starsene sedute per mezz’ora ascoltando della musica con attenzione, senza guardare il telefonino per controllare i messaggi. Quando si riesce a catturare l’interesse del pubblico è un successo.

Oggi, nell’era digitale, a molti neo-virtuosi basta aprire un canale Youtube o un profilo Instagram per raggiungere immediatamente milioni di ascoltatori ottenendo grande visibilità, consenso e (spesso) contratti discografici. Secondo lei questo cambia in qualche modo la percezione che l’artista ha di se stesso, il valore della sua arte e il giudizio di pubblico e critica?
Credo di sì. Nel mio caso, però, è tutto molto semplice. Io non suono per la grande visibilità, il consenso e i contratti discografici. Suono perché ritengo di voler porgere la musica in cui credo, condividendo il mio entusiasmo e la mia curiosità. Non necessariamente si tratta della musica più importante, più alta in senso assoluto, suono quella che mi sembra di poter restituire con convinzione e sulla quale ho da dire qualcosa. Il pubblico mi piace, mi interessa moltissimo comunicare con chi mi ascolta. Ma ritengo che la musica sia di gran lunga più importante del pubblico. La farei a prescindere. La faccio per la musica. E per me.

Ha un consiglio particolare da dare ai ragazzi che si apprestano a incominciare la carriera pianistica?
Ho curato un capitolo di un libro Edt (Il Pianoforte) proprio con tutti i consigli del caso. Sono troppi per sintetizzarli qui, in uno spazio limitato.

Qual è il suo legame con Torino e con l’Unione Musicale?
Torino è la città italiana in cui ho suonato di più (a parte Bari, la mia città).
Mi piace molto, qui ho molti amici, la casa editrice Edt con cui amo collaborare, le librerie notturne di via Po, i musei. A Torino ho vinto il concorso a cattedre (l’unico vero concorso degli ultimi sessant’anni) per insegnare pianoforte. È una città fondamentale nella mia vita. E l’Unione Musicale è luogo di affetti, amicizia, intelligenza e curiosità. Sono legato all’Unione, grato dell’attenzione che continuano a mostrarmi, e penso che si tratti di un rapporto sincero che durerà ancora molto a lungo.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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