Come nasce il programma che eseguirete a Torino?
Il programma scaturisce da numerose suggestioni. In primo luogo la specializzazione artistica primaria di Coin du Roi: l’opera del periodo Rococò francese. Una vicenda accaduta a metà Settecento è per altro “eponima” del nostro marchio, ovvero la querelle des bouffons, una diatriba che coinvolse persino gli enciclopedisti, durante la quale gli intellettuali seduti nel “coin de la reine” presero le difese dell’intermezzo buffo italiano, mentre quelli riunitisi presso il “coin du Roi” supportarono la tragédie en musique di Lully, ragion per cui abbiamo scelto la denominazione “Coin du Roi” per la nostra compagine. Altra fonte di ispirazione per la stesura del programma sono state le ricerche filologiche sulla Musette (la cornamusa francese barocca) compiute insieme al collega belga Jean-Pierre van Hees, uno dei più importanti studiosi e virtuosi di questo strumento. Le ricerche si concretizzeranno in una pubblicazione e un documentario nel tardo 2018.
Il programma è stato dunque costruito attorno all’importanza che lo strumento, fedele compagno dell’oboe, rivestiva nella descrizione delle atmosfere bucoliche nell’opera francese, in contrasto all’eroismo della tromba naturale e le percussioni barocche.

Sul vostro sito si legge che Coin du Roi è “il primo esperimento di experience culturale totalizzante”. Che cosa significa?
Coin du Roi è principalmente una compagnia di ideazione e produzione d’opera, con ben sei nuovi titoli realizzati in soli due anni di attività, dal Serse di Haendel al Teatro Litta di Milano del maggio 2015 al Dido and Aeneas di Purcell del luglio venturo al festival internazionale di Riga. I nostri titoli sono interamente scenici, filologici, integrali e con orchestra completa, caso unico di compagnia d’opera esclusivamente privata in Europa. L’idea di experience culturale totalizzante è pertanto un esperimento che mettiamo in atto durante i nostri spettacoli d’opera, intesi come percorsi storici polisensoriali: durante gli intervalli offriamo una degustazione di pietanze, dolciumi e bevande d’epoca barocca, preparati con estrema perizia filologica; i nostri animatori proiettano gli spettatori nella tipica atmosfera che si viveva a teatro nel Settecento e infine, si dà la possibilità a tutti di intrattenersi con i musicisti e il direttore a fine spettacolo, per conoscere i dettagli della partitura e degli strumenti antichi.

Qual è il valore aggiunto di avere un team composto interamente da under 30?
Tengo a precisare che è lo staff organizzativo ad essere under 30, i componenti dell’orchestra sono invece di età e nazionalità miste, scelti per audizione tra i migliori specialisti, giovani e meno giovani. Rispondendo alla sua domanda, in un mondo âgée come quello dell’opera abbiamo istituito la regola statutaria di “non fare invecchiare” mai Coin du Roi mantenendone la dirigenza sempre giovane, fresca e con la voglia di riformare un’arte cinquecentenaria.
L’ammodernamento del genere riguarda però a nostro avviso solo il packaging delle opere che eseguiamo, laddove il content deve essere quanto più rispettato nella sua intimità storica. Sono convinto che la chiave stia nella comprensione del delicato equilibrio tra esegesi ed ermeneutica dell’opera d’arte, ovvero tra il messaggio inviato dal compositore alla sua contemporaneità attraverso dei codici di comunicazione lontani da noi, e lo sforzo di attualizzazione che l’esecutore di oggi deve compiere per far sì che ad arrivare allo spettatore siano dei messaggi attuali, anche se storicamente fedeli: in questa ricerca sta la “gioventù interpretativa” di Coin du Roi.

Il repertorio che realizzate è amato e frequentato dai vostri coetanei?
È una domanda che dovrebbe essere contestualizzata geograficamente. In Italia una recente statistica ha rivelato che il Barocco è in assoluto il genere meno amato dal pubblico, e per quanto il nostro sforzo divulgativo ed educativo sia concentrato verso i giovani, si fa davvero fatica a vedere spettatori non adulti in sala. Nel centro-nord Europa la situazione è per contro, completamente diversa: tanto per fare un esempio, la scorsa estate ci siamo esibiti, increduli, per un pubblico di alcune decine di migliaia di spettatori che hanno dimostrato di amare visceralmente persino i brani meno conosciuti da noi proposti. Erano tutti piuttosto giovani, peccato si trattasse della Lettonia, non dell’Italia.

Quali sono, secondo lei, le azioni più efficaci per attrarre nuovo pubblico (e in particolare i giovani) alla musica classica?
Questo argomento meriterebbe una trattazione ben più ampia. In primis bisogna precisare che la musica è un linguaggio, e se gli spettatori non lo comprendono non ci sarà mai un’empatia, ragion per cui il nostro compito da musicisti è quello di proporre una divulgazione attiva, partecipativa, e questo è uno degli obiettivi di Coin du Roi. Crediamo molto nell’importanza della diffusione della musica classica attraverso la televisione, il video e il cinema, ragion per cui oltre a rilasciare costantemente contenuti audiovisivi sul web, collaboriamo già da anni con Sky Classica, canale per cui abbiamo prodotto già tre documentari.

Una riflessione più profonda è però dovuta.

La sacralità e la distanza che si è creata a partire dagli inizi del Novecento tra palcoscenico e platea di sicuro non aiuta. Nel Settecento la musica classica e in particolare l’opera erano un genere fruito attivamente, in parallelo persino più partecipativo del cinema odierno, e causava negli spettatori reazioni di un tale massimalismo che oggi si fa fatica ad immaginarne la portata (secondo Quantz e Rosselli). Oggi invece si va a teatro come si va in chiesa: nessuna partecipazione attiva, solo rispetto viscerale e devozione.
Ai nostri giorni assistiamo tra l’altro a un progressivo accorciamento dei tempi di fruizione che, dalle parecchie ore del Settecento (comunque intervallate da sane leziosità di palchetto), sono passate ai pochi secondi del web – oggi si fanno molte più cose e l’iperattività giovanile è un dato con cui fare i conti. Andare a passare ore a teatro dopo una giornata intera di lavoro è, diciamolo, difficile per tutti, ma l’ostacolo principale è la percezione che la musica classica riveste nella società attuale. In Italia l’etichetta che viene data alla musica classica da parte dei giovani è di genere bizzarro, démodé, senza alcuna possibile obiezione.
L’età media di frequentazione dei teatri del centro-nord Europa è drasticamente inferiore, risultato di un’immagine collettiva completamente diversa dello spettacolo dal vivo, visto oltralpe come un’occasione per rivivere un momento magico, vivere qualcosa di unico, regalare un’esperienza esaltante al proprio partner. La diversa percezione parte sì da un’istruzione mediamente migliore, mirata alla comprensione del linguaggio, ma anche da una sana “propaganda” culturale: le televisioni francesi hanno l’obbligo di lasciar spazio gratuitamente a pubblicità progresso (per altro molto belle) sull’importanza della cultura; lo stato russo costruisce teatri d’opera dalle proporzioni colossali (vedi Astrakhan) anziché stadi; la metropolitana londinese è obbligata dall’art council a destinare gratuitamente il 35% degli spazi di affissione alla cultura no-profit (mentre in Italia ci si pagano persino le tasse); in Finlandia ogni anno la televisione nazionale indice un concorso sul miglior video ispirato alla percezione giovanile della musica classica, e potrei andare avanti all’infinito.
Non è quindi solamente un problema di istruzione, la causa non può essere additata solo a un’educazione musicale carente, e non è neanche un problema prettamente economico: giovani e meno giovani arrivano a spendere trecento euro per concerti di star del pop internazionali, nonché una cifra molto superiore per ristoranti, viaggi e altri beni esperienziali. Il punto fondamentale è la cosiddetta willingness to pay, la disponibilità a pagare, la percezione di valore della musica classica, che per i giovani italiani è nullo. Questo è il vero problema su cui riflettere e intervenire primariamente. Dobbiamo far sì che l’immagine della musica classica nella contemporaneità venga risanata, e questo rimetterebbe in moto la relazione tra domanda e offerta.

Secondo lei che ruolo gioca la musica nello sviluppo di una persona, anche se non diventerà mai un musicista professionista?
Negli anni ’80 e ’90 andava di moda il principio di merit good, secondo cui l’arte e la musica dovrebbero essere supportate a priori, indipendentemente dall’interesse del pubblico. Ciò ha portato alla proliferazione di teorie bizzarre sui presunti benefìci scientifici della musica classica, dallo sviluppo celebrale dell’infante all’intelligenza e persino la produzione di latte nei bovini. Su questo punto sarò icastico. Di sicuro lo studio non professionale dello strumento musicale forma il pubblico delle sale da concerto, questo è un dato di fatto, ma non credo che nello sviluppo della persona la musica giochi un ruolo così diverso dallo sport e l’arte in genere.
Si tratta certamente di conoscenza, spiritualità, disciplina, crescita del sé come vorrebbe l’accezione latina della parola “cultura”, ma l’aspetto fondamentale che oggi viene tralasciato è il ruolo che le arti performative devono avere come espressione della contemporaneità, senza della quale esse perdono completamente il proprio sensus sui e diventano conservazione acritica, riproduzione museale. Sono convinto che il barocco “parli” alla società attuale molto più del repertorio canonico trito e ritrito, e se non ne fossi convinto smetterei di suonarlo, farei altro probabilmente.

Qual è il suo/vostro rapporto con i social media?
Coin du Roi, convinta del potenziale comunicativo della musica barocca, ha puntato sin dalla sua fondazione ai social come mezzo d’elezione per arrivare alle masse. In due anni esatti abbiamo raggiunto traguardi importanti: i quasi 6000 like su Facebook ci pongono tra i cinque ensemble barocchi europei più seguiti e ci piace creare materiale promozionale contenutisticamente integerrimo ma dalla “confezione” ammiccante e giovanile, guardando quindi al mondo del design, delle arti visive e perché no, all’alta moda. Collaboriamo anche con la televisione specialistica (Mezzo e Sky Classica) per la realizzazione di documentari divulgativi, due di essi “Retorica e Affetti” e “Prima del dittico” andranno in onda sul canale 138 di Sky tra marzo e aprile. L’aspetto che mi preme sottolineare è però che la ricerca di consensi sui social non deve essere vista come un refugium peccatorum. Spesso compagini di scarso valore puntano ad una visibilità “posticcia”, incapaci di guadagnare consensi tra il pubblico e la critica. L’obiettivo di Coin du Roi è sicuramente quello di creare nuovo pubblico potenziale, di puntare su engagement ed educational, ma senza mai tralasciare l’aspetto fondamentale, ovvero la validità della proposta artistica offerta, senza la quale non c’è e non deve esserci spazio nell’oceano di offerta che è il mondo della musica colta attuale.

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