A colloquio con Vittoria Novarino, musicista che realizza i laboratori Ateliebebè.

Nei laboratori Ateliebebè utilizzate la Teoria dell’Apprendimento Musicale (Music Learning Theory), che raccoglie le osservazioni e le ricerche svolte dal Prof. Edwin E. Gordon. Per chi non la conosce, quali sono i punti di forza di questa teoria?
Credo stia nell’equilibrio tra tecnica ed empatia.
L’efficacia della prima è supportata da decenni di ricerca scientifica di Gordon, il cui obiettivo è lo studio del pensiero musicale del bambino in età neonatale, e rappresenta il “cosa si fa” durante gli incontri di musica.
L’empatia è ciò che rende efficace la tecnica ed è il “come” avviene l’apprendimento: lo scambio di competenze si verifica attraverso la relazione che si instaura tra insegnante e bambino. Tutto si svolge con una comunicazione non verbale e una istruzione informale, in un ambiente accogliente denso di stimoli melodici e ritmici che arricchiscono il vocabolario musicale del bambino…e anche del genitore!

Quali sono gli obiettivi di questi laboratori “immersivi”?
In questi incontri spero che i genitori e i figli possano entrare in contatto reciproco attraverso la musica, condividendo uno spazio e un momento esclusivo che permetta loro di prendere una pausa dalla vita quotidiana per intuirsi e che renda la musica un veicolo positivo di conoscenza, da sviluppare per crescere come famiglia e come individui.

Per la tua esperienza umana e professionale quale pensi che sia il ruolo della musica nella crescita di un bambino?
Credo che la musica per un bambino sia scoperta di sé e dell’altro da sé. Dato il valore inestimabile di queste rivelazioni nella vita di ciascuno, la mia voce cantata entra ogni volta in punta di piedi e spera di riuscire a fare da tramite. Spesso è il bambino che guida, basta saper ascoltare.

Quali sono le opportunità per chi come voi si rivolge ad un “pubblico” di bambini? Quali i rischi?
Le opportunità lavorative sono minime e purtroppo inversamente proporzionali a quelle di beccarsi un malanno di stagione!. Credo che le occasioni siano ridotte perché la fase della prima infanzia è un po’ insondabile e bisogna affidarsi per non rischiare di sottovalutare l’importanza di tutto ciò che si vive in quel periodo e che rimane indelebile traccia in ciascuno di noi.

Qual è il tuo rapporto personale con la musica? Che cosa preferisci ascoltare/eseguire?
Il rapporto che ho con la musica vive fasi alterne. Spesso tornerei indietro per cambiare il mio percorso ma a fine giornata la conclusione è sempre la stessa: non potrei essere altro! Tale certezza mi deriva dal riscontro che ricevo dai bambini: basta lo sguardo per capire quanto di indescrivibile è avvenuto attraverso la musica. La soddisfazione nell’intercettare la forza di quel contatto è la cosa che più mi ripaga, gratifica e conferma.

Quali brani musicali o quali compositori/cantautori ti piacevano particolarmente da bambina? E oggi?
Il primo pensiero sulla musica della mia infanzia va ad un consumatissimo vinile: Belmiele e Belsole, una delle “Fiabe Italiane” di Italo Calvino, musicata da Savona e illustrata da Luzzati. Le melodie, gli accenti e le pause di quel disco sono tra le prime tessere del mio DNA musicale e convivono su un podio che ha come vetta irraggiungibile la voce di mia madre e al terzo gradino una cassetta di canzoni per bambini, lato A Sergio Endrigo – lato B Quartetto Cetra.
Per quanto riguarda il presente sono felice di aver studiato e cantato Stravinskij poco tempo fa, felice di aver applaudito la recente Bohème al Teatro Regio, felice di andare a sentire tra qualche giorno il Concerto op. 13 per pianoforte e orchestra di Britten, felice di addormentarmi spesso con Don’t let me down dei Beatles.

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