Qual è il ruolo della musica nello spettacolo Il re danza?
Lo spettacolo Il re danza è stato pensato in forma di Suite e la struttura drammaturgica è stata costruita dagli autori/attori proprio sulla caratteristica successione di danze e sul contrasto ritmico che è tipico di questo genere musicale; la forma della Suite conosce proprio a cavallo fra il Seicento e il Settecento (periodo in cui è ambientata la pièce) uno dei momenti di maggiore sviluppo e utilizzo. Nella struttura dello spettacolo il ruolo della musica è pertanto sostanziale, divenendo il fondamento di tutta l’azione e, nel medesimo tempo, è un personaggio vero e proprio che prende “voce” tramite l’intervento dei musicisti in scena.

Come avete lavorato insieme agli attori per integrare la musica alla drammaturgia?
Il confronto “musicale” tra gli attori e noi musicisti è in realtà iniziato ben prima rispetto all’operazione di adattamento drammaturgico. Discutendo riguardo alle composizioni musicali più adatte per lo spettacolo Il re danza ci siamo trovati di fronte a richieste molto precise, date da un meticoloso studio preliminare degli attori/autori riguardo alle caratteristiche metriche e ritmiche che la musica dovesse soddisfare. A quel punto le composizioni da noi proposte e poi scelte già rispondevano a requisiti ben precisi, tanto da renderle agevolmente riconducibili alle esigenze drammaturgiche.

Quali autori verranno eseguiti?
Una volta stabiliti i parametri musicali da soddisfare, l’obiettivo che ci siamo prefissati con il Gridelino Ensemble è stato quello di scegliere e proporre nel corso del dramma una serie di danze che, appartenenti al periodo di ambientazione della pièce, già facessero parte di una Suite precostituita, senza doverne confezionare una mutuando brani di autori o composizioni differenti (operazione che, data la prassi dell’epoca, sarebbe stata tuttavia filologicamente corretta). In questa direzione si è quindi scelta la Suite n. 3 op. 5, un brano del 1715 di Jacques Martin Hotteterre, flautista e compositore, nonché fra i più rappresentativi musicisti che animarono la corte francese del Re Sole, a cavallo fra il XVII ed il XVIII secolo.

Come si può descrivere l’emozione di suonare per un pubblico di bambini/ragazzi?
La sensazione di suonare di fronte a un pubblico di giovani e giovanissimi è particolare, perché si percepisce distintamente come la loro sia un’attenzione generalmente più pura, meno filtrata, per una situazione in cui l’effetto di “meraviglia” ha più possibilità di manifestarsi. Un pubblico di giovani e bambini, a patto che si riescano a creare in scena i presupposti adatti, può essere addirittura più attento e curioso di un pubblico adulto, e questo restituisce al musicista una sensazione non sempre percepibile al cospetto di un parterre più “abituato”.

Generazioni di bambini crescono guardando cartoni animati che usano la musica classica, ma spesso non sanno neppure di averla ascoltata…Come favorire il contatto di bambini e ragazzi con la classica?
La questione principale ritengo sia fondamentalmente una: fare ascoltare ai bambini buona musica. E la musica classica lo è certamente. Non credo sia strettamente necessario che i bambini sappiano a priori che ciò che si apprestano ad ascoltare (in una sala da concerto, piuttosto che su supporto discografico o ancora sul Web) è “musica classica”, quanto invece che si tratta di bella musica, frutto di un’arte sottile e raffinata. A quel punto si può confidare nella loro sensibilità, che saprà comprenderne a pieno la bellezza, una bellezza che impareranno a riconoscere e potranno ricercare, potendola a questo punto trovare sotto l’etichetta di “musica classica”.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

 

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