Marco Amistadi, mettere in scena la musica aiuta ad ascoltarla meglio? O, viceversa, la musica permette di raccontare in maniera più avvincente (o più efficace) una storia?
A parer mio sono vere entrambe le cose e il verificarsi dell’una o dell’altra possibilità dipende molto dal lavoro che viene proposto. Tutti ricordano il tema del Trio op. 100 di Franz Schubert in Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Quella musica si adatta e descrive intensamente molti passaggi del film, risultando perfetta. Grazie alle immagini evocate da Kubrick, anche la composizione di Schubert ne esce vincitrice, perché lo spettatore ne scopre nuove sfumature tramite i suggerimenti del regista. Inoltre, oggi, il Trio op. 100 vive una nuova fama come “il trio di Schubert che è stato scelto da Kubrick per la colonna sonora di Barry Lyndon“.
Per fare un esempio legato al mondo infantile, mi viene in mente un lungometraggio animato di Hayao Miyazaki: Ponyo sulla scogliera. Lo sapevate che il film inizia con più di 10 minuti di musica continua? Quell’ambiente poetico che Miyazaki crea nei suoi lavori non è scindibile da quello della musica di Joe Hisaishi, compositore con il quale collabora dagli albori. Noi ascoltiamo la musica e questa ci avvolge trasportandoci all’interno dello spettacolo, come altrimenti non sarebbe possibile. 

Qual è il tuo rapporto personale con la musica? Che cosa preferisci ascoltare/eseguire?
Io studio musica da quando avevo 8 anni. Avrei voluto cominciare prima ma nella mia famiglia i possibili contatti con l’arte erano pochi. Ricordo molto chiaramente un pomeriggio nel quale sono andato a trovare un’amica e lei stava prendendo lezioni di pianoforte. Ne sono rimasto così colpito che sono tornato a casa e ho chiesto di poter fare la stessa cosa ai miei genitori. Da quel momento non ho più smesso e ho ampliato voracemente i miei orizzonti di artista aggiungendoci il teatro e molte sfaccettature del fare musica (didattica, composizione, direzione, elettronica). Ora ascolto praticamente di tutto, e anche se come esecutore sono stato sempre orientato alla contemporaneità, come ascoltatore non mi tiro mai indietro, sia riguardo al periodo storico sia al genere.

La presenza nella tua vita di tuo figlio ha influito sul tuo approccio nel momento in cui progetti o realizzi un nuovo spettacolo?
Assolutamente! Mio figlio è il primo tester dei nostri lavori. Spesso gli chiedo pareri e consigli, per cercare di capire come i bambini vedranno lo spettacolo. Gli spettacoli per l’infanzia che ho realizzato sono pieni di oggetti, spunti e elementi presi dalla stanza di mio figlio. Rischierò di essere banale, ma credo che davvero avere un figlio ti cambi la vita. La vita dei genitori, per forza di cose, finisce per ruotare attorno a quella dei figli. Dunque tutte le parti della mia vita sono influenzate dalla presenza di mio figlio, e così anche gli spettacoli che produco.

Quali sono le opportunità per chi – come la Compagnia Refrain – si rivolge ad un pubblico di bambini? Quali i rischi?
I lavori, teatrali o musicali, rivolti ai bambini richiedono grande attenzione. Bisogna pensare diversamente rispetto a quando si crea per gli adulti. Con gli adulti si dà per scontato che sceglieranno in base alle loro preferenze, potranno elogiare il lavoro o stroncarlo, per cui l’artista non ha il dovere di calibrare la propria proposta. Con i bambini è tutto diverso. Bisogna capire immediatamente a quale pubblico ci si rivolge. I bambini molto piccoli hanno bisogno di immagini, dolcezza, fantasia, perché devono imparare tutto, e sono voraci di nuovi stimoli, ma delicati e sensibili. I bambini più grandi vogliono sondare il mondo dei ragazzi e dunque aspirano a concretezza ma anche a divertimento, fantasia, avventura, intelligenza. I ragazzi, poi, sono impegnati a dominare le emozioni date dalla loro condizione di quasi-adulti e hanno bisogno di dubbi, occhio critico e, infine, risposte. Bisogna calibrare tutto molto attentamente, ma se si fa centro, ragazzi e bambini, dalla scuola materna ai licei, sono il pubblico più attento e appassionato che ci sia. Ti esprimono una forte gratitudine, breve e effimera come è tutto nella giovinezza, ma fortissima. E ricevere questa gratitudine, anche solo per un momento, è davvero una grande opportunità.

Che tipo di pubblico è quello formato da bambini?
Il pubblico dei bambini è un pubblico fantastico. Va accompagnato con delicatezza, ma è un pubblico che, se si riesce a conquistarlo, non ti abbandona per tutta la durata dello spettacolo. Se li conquisti ridono, interagiscono, e ti seguono rapiti con gli occhi verso l’alto. È davvero un pubblico splendido.

Quali brani musicali o quali compositori/cantautori ti piacevano particolarmente da bambino? E oggi?
Da bambino avevo una fissazione per la musica classica, dal Classicismo al Novecento. In particolare mi affascinavano gli autori russi come Cajkovskij, Musorgskij, Šostakovič e Prokof’ev. Non mancavano i divi più famosi della classica, come Mozart e Beethoven. Avevo poi una predilezione per qualche cantautore italiano, come Finardi, De Gregori, De André e più tardi Vinicio Capossela. Durante il liceo ho ampliato notevolmente i miei orizzonti, introducendo in particolare il rock (Queen, Beatles, Police, Pink Floyd, U2), il pop, un po’ di jazz e portando gli ascolti di musica “colta” fino al contemporaneo con Berio, Sciarrino, Maderna, Ligeti etc. Insomma, sono diventato pian piano un onnivoro della musica! Oggi ascolto di tutto, dal pop al rock, dal jazz alla classica, dal passato al presente.

Come genitore e insegnante, quale pensi che sia il ruolo della musica nella crescita di un bambino?
Penso che la musica sia molto importante per tutti. Non si tratta necessariamente di imparare a suonare, ma di imparare ad ascoltare, sviluppare la fantasia, l’originalità, la riflessione. Inoltre la musica è un potentissimo mezzo di socializzazione, un modo per mettersi in gioco e per trovare relazioni, equilibri, collaborazioni. La musica è spesso pratica collettiva, e questo insegna ai ragazzi la cooperazione e l’inclusività. La musica abbatte le barriere linguistiche e aiuta a creare un’immediata socializzazione tra i bambini di culture differenti. Tra le mie attività c’è quella di docente di musica e teatro. Nel corso degli anni ho insegnato in tutti gli ordini di scuola. Nell’arco di tempo in cui si svolgevano i miei laboratori spesso entravano a far parte delle classi bambini stranieri che non parlavano italiano. Passava qualche mese prima che potessero iniziare a comunicare con gli altri, ma dopo pochi giorni erano in grado di suonare e cantare con i compagni. Nella scuola italiana purtroppo la musica ha ancora un posto molto marginale, ma laddove le scuole si organizzano per sopperire con le loro risorse a questa mancanza, i risultati sono eccezionali.

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