Quali opportunità regala questa full immersion nel mondo di un unico compositore?
Se è vero che ogni opera è un caso a sé, è altrettanto vero che ogni autore ha i suoi vocaboli preferiti, la sua logica, le sue ossessioni. Immaginate una natura morta di Morandi, o di Cezanne. Ognuna è indipendente dalle altre, ma tutte insieme costituiscono un “universo”. I percorsi monografici hanno questo vantaggio: stabilire un contatto più intimo con l’autore. Alle volte può anche succedere che inizialmente un autore ti appaia meno congeniale e successivamente, dopo un’immersione di questo tipo, hai la sensazione di aver trovato una chiave nuova, che ti pare illumini tutta la sua opera.

Come è nata la vostra collaborazione con il cornista Guglielmo Pellarin?
Avevo invitato e diretto Guglielmo ad Aosta quando collaboravo con la Sinfonica della Val d’Aosta. In seguito abbiamo parlato di lui con Alessandro Carbonare, con il quale progettavamo questa integrale, decidendo unanimemente di coinvolgerlo.

Con questo secondo concerto concludete a Torino il ciclo dedicato a Brahms. Quali importanti impegni vi aspettano nel prossimo 2018?
Abbiamo in corso un’integrale beethoveniana che per la prima volta include le trascrizioni dell’autore, compresa la Seconda sinfonia e il Settimino. A breve, pubblicheremo il completamento del progetto schubertiano registrato per Decca. Oltre a queste cose, c’è l’attività “ordinaria”, fatta di molti autori diversi, che per un gruppo rappresenta l’aspetto più importante.

Come cambia l’ascolto (e l’interpretazione) della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Mi pare che l’ascolto dal vivo conservi un ruolo centrale. È quello che fa la differenza. I neuroni dell’ascoltatore “danzano” diversamente dal vivo. E poi il concerto è il momento in cui ci si sceglie il tipo di compagnia che si desidera frequentare. Non mi pare un fatto secondario.

L’Unione Musicale si sta impegnando da anni per coinvolgere maggiormente i giovani ascoltatori con una politica di prezzi che li avvantaggia, con l’introduzione di guide all’ascolto realizzate da giovani musicologi, con la programmazione di nuove formule di concerti brevi e seguiti da un question time con gli interpreti… A vostro avviso, possono essere strumenti efficaci?
Siete un esempio per tutti quelli come me che si impegnano nell’ambito della promozione musicale: vi copiamo appena ne abbiamo l’occasione!! Ma in questo ambito non siamo mai in concorrenza: sappiamo bene di essere soldati impegnati sullo stesso fronte. Contro di noi c’è quasi tutto: i media, una fetta importante dell’istruzione, molti “intellettuali” con l’insufficienza in musica, certi ministri che “con la cultura non si mangia”, la sottocultura travestita…

Secondo la vostra esperienza di musicisti e genitori, come si può favorire il contatto di bambini e ragazzi con la classica?
Facendola diventare un fatto di vita quotidiana. Mia figlia più grande (5 anni) ha lasciato interdetta la compagna di scuola quando a casa sua le ha chiesto: «Ma voi dove lo tenete il pianoforte?». La più stranita era comunque lei, mentre realizzava per la prima volta che poteva anche non esserci un pianoforte in una casa…

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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