Laura Vattano, come affronta la proposta di partecipare al progetto Short Track?
Il progetto Short Track mi sembra una proposta molto interessante non solo, e non tanto, per il fatto che tenta di avvicinare un vasto pubblico al repertorio classico, quanto per il suo intento di spezzare la cornice tradizionale del concerto. Quella secondo la quale l’artista sta “di qua” e il pubblico sta “di là”. Il fatto di poter mettere in discussione le proprie rispettive posizioni nel corso della performance, vale a dire il fatto di poter far sedere al pianoforte uno spettatore per improvvisare qualcosa insieme, o quello, più semplicemente, di condividere lo spazio scenico, credo che rappresentino uno dei tratti più elettrizzanti di questo progetto.

Il progetto è anticonvenzionale per quanto riguarda gli orari (è ripetuto tre volte all’interno della stessa serata), la composizione del pubblico (da 0 a 99 anni), il posizionamento degli spettatori (che verranno fatti sedere vicino agli esecutori) e il fatto che, al termine dell’ascolto, si possano porre delle domande. Secondo lei sono elementi che possono aiutare a far percepire la classica con maggiore simpatia?
Sicuramente tutti gli aspetti “anticonformisti” di questo progetto rappresentano un fattore attrattivo per il pubblico. Possono attirare dei curiosi e anche delle famiglie con bambini piccoli che, di solito, non trovano accoglienza nelle tradizionali sale da concerto. Diciamo che è un progetto in cui musicisti e pubblico accettano di riempire di umanità il silenzio che, comunque, circonda la performance. Quello che manca ancora, però, è una capillare diffusione dell’educazione musicale nel nostro sistema scolastico… fuori da ogni specializzazione, come quella offerta dal Conservatorio o dai Licei Musicali, nell’ottica di creare tra le persone il “piacere” per la musica e, cosa assai più importante, risvegliare la curiosità!

Tutte queste “novità” mettono in difficoltà l’interprete?
Sicuramente avere il pubblico seduto vicino, qualcuno che allunga il naso sulla parte o un bambino che ride o commenta un determinato passaggio, perché gli viene naturale farlo, beh… sì, possono mettere in difficoltà l’interprete. Ma…. che dire? Umanizzano anche l’intera situazione, la rendono, per così dire, più viva e più vera dell’ascolto casalingo di cd perfetti e perfettamente diffusi… E poi sentire i respiri dei musicisti, accorgersi dell’afflato che si deve creare quando si suona insieme… tutto questo non ha prezzo: è proprio lì la musica!

La “preoccupano” o la divertono le domande che potrà fare il pubblico?
Discutere con il pubblico è sempre stimolante. Preoccuparsi quindi… assolutamente no! Sono piuttosto curiosa di sentire se le domande dei partecipanti saranno più indirizzate al repertorio o alla prassi esecutiva.

Quali sono le caratteristiche che differenziano il duo a quattro mani dagli altri duo strumentali?
Il duo a quattro mani è una formazione straordinaria, incredibilmente poetica e assolutamente sottovalutata. Se ne considerano troppo spesso solo le qualità didattiche, mentre la raffinatezza e l’eleganza, secondo me, sono il vero tratto distintivo di questa formazione. Ciò che la rende unica è il contatto fisico che c’è tra i due interpreti. Quando si suona a quattro mani i corpi si toccano, il secondo mette il pedale per il primo, le mani si incrociano, i respiri comuni sono vicinissimi… È un’esperienza di empatia totale.

 

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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