La voce è sempre stata vista con un po’ di sospetto nelle stagioni concertistiche, almeno in quelle italiane. Troppo pigliatutto il melodramma, nella nostra tradizione, per non evocare l’equazione voce uguale opera, come se tutte le infinite possibilità dell’esercizio del canto si esaurissero lì, sul palcoscenico, guardato talvolta con disdegno dai cultori della musica “pura”. Così, evidentemente, non è. Lo dimostra la cinquina di concerti dell’Unione Musicale che esplorano alcune delle strade, anche quelle meno battute, che può prendere la voce umana.
Si comincia con una Liederabend classica, dove però la solita formazione voce, nel caso tenore, e pianoforte, cioè l’inossidabile amatissima coppia Ian Bostridge-Julius Drake, viene impreziosita dall’aggiunta del corno (e che corno: Alessio Allegrini) e le consuete rotte tedesche fra Schubert e Schumann si allargano a una gemma poco conosciuta di Britten, The Heart of the Matter, scritta nel 1956 per il Festival di Aldeburgh su testo di Edith Sitwell come aggiunta o integrazione del terzo dei suoi cinque Canticles, per la precisione Still falls the Rain.
Con il soprano Regula Mühlemann diretta da Umberto Benedetti Michelangeli siamo invece al concerto di arie da opere, che però non è la consueta compilation di brani celebri a uso e consumo di artisti dalla voce inversamente proporzionale alla fantasia, ma una serata monografica dedicata al Mozart sia lirico sia da concerto, e sostanzialmente intercambiabile perché WAM fa teatro anche quando scrive arie di bravura per i soprani amati. Naturalmente, le voci sono anche voci in coro, forma primaria del “ZusammenMusizieren”.
Con i King’s Singers, il viaggio canoro è un vero viaggio da cui vengono spedite postcards, cartoline musicali divaganti ma forse non troppo divergenti fra songs tradizionali delle Isole britanniche, le sommità della polifonia fiamminga, Debussy sui remoti poemi quattrocenteschi di Charles d’Orléans, la world music e due compositori contemporanei, il sudafricano-olandese Peter Louis van Dijk (nato nel 1953) e l’inglese John McCabe (morto nel 2015) forse non notissimi al pubblico italiano.
Invece le prestigiosissime Arts Florissants, guidate per l’occasione dal direttore-tenore (o tenore-direttore) Paul Agnew, già formidabile haute-contre nelle più spericolate riesumazioni della musica del Grand siècle, si concentrano su un solo autore e su una sola città, con i Madrigali di Cremona del grandissimo Claudio Monteverdi. Una vertigine, i madrigali monteverdiani, che richiedono un’avvertenza per l’ascoltatore: danno assuefazione.
Infine, chiudendo il cerchio, si torna alla voce da palcoscenico. Doppio paradosso, in effetti: perché per il ciclo Voci in scena si fa teatro, ma lo si fa portandoci i Lieder di Schubert. Qui il discorso sarebbe troppo lungo e complesso. In sintesi: è bizzarro che Schubert abbia sempre aspirato al teatro e non sia riuscito mai a imporglisi, con opere musicalmente affascinanti ma sempre drammaturgicamente scombinate (e magari redente solo oggi, quando la maggior libertà concessa a chi le mette in scena permette di “giocare” anche con le loro debolezze teatrali. Vedere per credere l’attuale fortuna di Fierrabras). Curioso, però: se Schubert come drammaturgo non funziona nel luogo deputato alla drammaturgia, il teatro, riesce però a esserlo, e con forza inusitata, fuori dal teatro, nel salotto della Liederabend: ché non si dica che, poniamo, una Winterreise non sia anche il racconto di una storia, e con quale struggente efficacia. Ora, se il Nostro riesce a far teatro meglio fuori dal teatro che dentro, l’idea è appunto quella di “mettere in scena” i Lieder, ultimo paradosso di questa quintuplice cavalcata nelle infinite possibilità del più antico, naturale, difficile (e, scusate, anche più bello) degli strumenti: la voce umana. [Articolo di Alberto Mattioli]

{Originale su www.sistemamusica.it }

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