Violinista e direttore d’orchestra, fondatore nel 1990 di Europa Galante, oggi tra le più affermate realtà di musica antica, Fabio Biondi è un musicista che ama riflettere sul proprio lavoro e che davanti a una sollecitazione non si ritrae. La nostra conversazione sul concerto torinese non può che partire dal Combattimento di Tancredi e Clorinda, dalla vasta gamma di affetti – dal furore guerriero al languore amoroso, dal dolore della perdita alla trasfigurazione religiosa – che si sprigiona dai versi bellissimi del Tasso. Sui quali il genio di Claudio Monteverdi inventa a sua volta vocaboli e gesti musicali che la retorica barocca farà presto suoi, trasformandoli in moda – le spade che si incrociano a duello, il ritmo della cavalcata, l’estasi che trasfigura il dolore estremo – ma che qui hanno il fascino delle parole pronunciate per la prima volta. «E che ti fanno capire che le cose sarebbero potute andare diversamente», osserva prontamente Biondi.

Nel senso che la storia dell’opera poteva prendere un’altra piega?

«Forse. Certo è che già poco dopo la metà del Seicento va delineandosi quell’edonismo del grande cantante che detterà al teatro la svolta del virtuosismo canoro e metterà in ombra il senso stesso della relazione tra testo e musica. La quale era invece alla base del “recitar cantando”: suonare Monteverdi, soprattutto Il combattimento più ancora che le opere teatrali, è un’occasione per ripensare quella relazione in termini diversi, per ricordare che i cantanti non erano ciò che intendiamo oggi, che la prima Arianna, per esempio, era un’attrice e non una cantante. Quella del primo Seicento è una partita che vale la pena riaprire, rischiosa ma affascinante».

Avete già incontrato questo autore?

«No, è il nostro primo Monteverdi e a lui ci avviciniamo con grandissima emozione. Ci ha aperto la strada Francesco Cavalli, uno dei suoi maggiori allievi, di cui negli scorsi anni avevamo eseguito Didone e La virtù degli strali d’amore. E già nella Didone avevo lavorato su tre livelli vocali: il canto vero e proprio, la declamazione e quella che chiamo “declamazione accennata”, che si ha quando la scrittura batte sulle stesse note per diverse sillabe».

Questo per la condotta vocale. E gli strumenti? Com’è l’orchestra del Combattimento?

«L’opera è un concentrato di bellezza che esplode in una partitura breve e deve necessariamente conservare caratteristiche “da camera”. Detto ciò, bisogna essere pragmatici e ragionevoli. Monteverdi parla di “viole da braccio e viole”, suddivise in tre chiavi: noi useremo violini, viole e violoncelli, anche per praticità e coerenza con il resto del programma. Dove invece saremo fedeli alla lettera è nella realizzazione del basso continuo, dove Monteverdi chiede esplicitamente il violone, che ha un suo colore, diverso da quello del violoncello e del contrabbasso. E col violone certamente un clavicembalo e una tiorba».

Accennava al programma, che prevede anche Dario Castello e Carlo Farina, contemporanei di Monteverdi ed entrambi nati in città “monteverdiane” come Venezia e Mantova.

«Sì, tra gli autori c’è una forte contiguità territoriale oltre che temporale. Ma c’è soprattutto l’idea di inserire, in particolare con Farina, alcuni di quegli elementi di stravaganza e di follia che tanta parte hanno avuto nella cultura del primo Seicento».

Come vede, in sintesi, la vicenda della musica antica secondo la “prassi storicamente informata”?

«È stata un’esperienza importante che, quanto meno, ha creato musicisti più colti e consapevoli. Fortunatamente è tramontata, da entrambe le parti, l’epoca dei talebani e oggi sembra prevalere una condivisione anche da parte di coloro che pur non coltivando la filologia – parola un tempo pronunciata persino con disprezzo – ne hanno assorbito i valori migliori». (Articolo di Nicola Pedone)

 

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{Originale su www.sistemamusica.it }