Tra le notizie più dirompenti della settimana musicale svetta la presa di posizione di Ennio Morricone contro l’establishment didattico e lo stato (a suo dire disastroso) dell’insegnamento della musica nella scuola pubblica italiana.

Commentando un’affermazione del Maestro Andrea Battistoni – secondo il quale lo scarso amore per la musica da parte dei giovani italiani deriva in primis da metodi didattici vetusti e l’utilizzo quasi esclusivo (e perciò la sola conoscenza) del flauto dolce – il pluripremiato compositore romano ha lanciato un’invettiva al sistema formativo sollevando problemi di metodo, gusto e opportunità che a suo dire sarebbero alla base del comprovato disinteresse delle generazioni più giovani verso tutto ciò che può essere etichettato come musica classica (o musica “colta”).

In una lettera aperta inviata al Messaggero romano, il Maestro sostiene che in realtà, a ben guardare, “già esistono due metodi diversi tra loro, ma che sono i migliori per l’insegnamento della musica nella scuola. Si tratta dei metodi messi a punto da Carl Orff [celebre compositore degli altrettanto celebri Carmina Burana] e da Boris Porena [compositore e didatta già compagno di Morricone ai corsi di Goffredo Petrassi], che insegna ai giovani a creare musica insieme. Ma i professori degli istituti in cui la musica – viva Dio – è ancora oggetto di una qualche attenzione, spesso non possiedono alcun metodo didattico, per questo, sempre nelle parole del Maestro, prima di salire in cattedra “tutti gli insegnanti dovrebbero fare dei corsi”, perché al momento quasi tutti “usano metodi sbagliati“.

Morricone ricorda anche come già molti anni fa tentò di sensibilizzare l’allora Ministro dell’istruzione Berlinguer dicendogli “che per fare una vera riforma sarebbero serviti dieci anni, e che si sarebbe dovuto lavorare essenzialmente su due cose: un vero programma e degli insegnanti, preparati attraverso corsi di formazione, a svolgere quel programma”. Per il Maestro, inoltre, bisognerebbe oggi “dotare tutte le scuole di un impianto per ascoltare la musica e un corredo di una trentina di incisioni discografiche importanti, da fare ascoltare agli studenti come esempio degli argomenti teorici. Se si parla della sonata, poi bisogna fare sentire, ad esempio, quelle di Mozart e Beethoven“.

Insomma, fuori l’immagine di una musica classica subita come mera pratica e valore culturale da acquisire “tanto per” e dentro una musica desiderata e vissuta in prima persona, avendo accesso fin da subito a una gamma più vasta di stili, gusti e strumenti, praticata in modo attivo e creativo, condivisa con passione attraverso metodi che sappiano sdoganarla ai più giovani nell’era degli smartphone e di Youtube. E soprattutto basta flauti! O almeno non solo.

Amici di Unione Musicale, voi cosa pensate? Siete d’accordo con la critica del Maestro o magari, da insegnanti e addetti ai lavori, il problema è stato mal posto, ingigantito o equivocato?

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(image by F. Castaldo, Licenza CC Creative Commons)