Maestro, come nasce il programma interamente dedicato a Claude Debussy, autore di cui quest’anno ricorrono i cent’anni dalla morte?
La musica di Debussy ha fatto parte dei miei studi fin dall’inizio, con Arabesques, Children’s corner e poi a 14 anni ho suonato già il primo libro delle Images. Sono sempre stato innamorato di questa musica!
Poi ho avuto anche la fortuna di approfondirla con Aldo Ciccolini, che l’aveva suonata tutta e aveva una conoscenza diretta di tanti stilemi interpretativi, tramite Marguerite Long, interprete che aveva conosciuto Debussy e aveva lavorato insieme a lui. Per me è stata un’esperienza bellissima, un regalo che la vita mi ha fatto! Da allora, cioè da quando furono pubblicate per la prima volta le Images oubliées, desideravo farne l’integrale e l’occasione è arrivata con il centenario. Ecco dunque che ho imbastito questo programma che, oltre all’integrale delle Images, sottolinea il forte rapporto tra le Images oubliées e le Estampes, soprattutto con Jardins sous la pluie, ed anche il progetto che Debussy accarezzava di una seconda Suite bergamasque, poi abbandonato per motivi editoriali.Senza contare che i tre pezzi che eseguirò alla fine del recital – Masques, D’un cahier d’esquisses e L’isle joyeuse – furono pubblicati singolarmente anche se facevano parte di un progetto comune. Mi è piaciuto riunire tutti questi aspetti, legati da un filo rosso figurativo e in parte descrittivo. Debussy mi ha accompagnato per tutta la vita e sono felice di poter realizzare finalmente ciò che avevo sognato!

Ha avuto molti grandi maestri: qual è l’insegnamento più prezioso che ritiene di aver ricevuto?
Avere il coraggio delle proprie idee, anche quando sono impopolari.

Lei è anche un apprezzatissimo docente (tra gli altri di Beatrice Rana e Leonardo Pierdomenico, che il pubblico dell’Unione Musicale ha potuto recentemente ascoltare): quali sono le doti principali che deve possedere un giovane che oggi intenda intraprendere la carriera pianistica?
Al di là delle indubbie doti strumentali, oggi un giovane che voglia intraprendere la carriera pianistica deve essere assolutamente innamorato di quel che fa ed essere disposto anche a sopportare dei sacrifici per questo, se necessario; deve avere coraggio, perseveranza e la capacità di sognare mantenendo comunque i piedi ben saldi per terra.

Lei ha suonato in tutto il mondo. All’estero è diversa la partecipazione dei giovani ai concerti di musica classica?
Recentemente sono rimasto molto colpito dall’abbondanza di giovani nelle principali sale da concerto di Città del Messico; sale molto grandi, molto belle e molto diverse tra loro per architettura e storia. Mi è stato spiegato che c’è una politica dei prezzi che rende i concerti estremamente appetibili, quasi allo stesso livello di una serata al cinema, ma credo che ci siano anche altri fattori in questo successo di pubblico.

Secondo lei perché i giovani non frequentano molto la musica classica dal vivo? Che cosa potremmo fare in più noi organizzatori?
Senza addentrarmi in analisi che non saprei portare a termine e concentrandomi unicamente sulla mia esperienza con giovani studenti di musica, credo che si debba rendere sempre più forte il legame con la fruizione del concerto dal vivo, alla cui importanza andremmo tutti rieducati: va riscoperto il piacere della condivisione del bello con gli altri, in una forma più sociale e meno isolata rispetto all’ascolto con strumenti di riproduzione; è importante essere coscienti dell’unicità delle forme di spettacolo dal vivo rispetto ad altre forme di intrattenimento. E’ un discorso complesso, c’è tanto lavoro da fare in merito ma, per quanto riguarda i musicisti “praticanti”, direi che non si può solo puntare il dito al poco o nulla che si fa nelle scuole per alfabetizzare musicalmente gli studenti, se poi, negli stessi conservatori, l’ascolto di musica dal vivo non è percepito come un valore centrale e fondante nella formazione di un musicista e, direi persino, come un momento imprescindibile nel curriculum di studi.

Secondo lei che ruolo gioca la musica nello sviluppo di una persona, anche se non diventerà mai un musicista?
Immenso, ma non sono io a dirlo; ci sono tante ricerche scientifiche che dimostrano come lo studio della musica sviluppi qualità che tornano utili anche in altri campi.

Qual è il suo rapporto con i social media?
Sono un disastro, ma non dispero di recuperare! Ne apprezzo sicuramente le potenzialità di diffusione delle informazioni, ma sono sufficientemente disincantato per vederne anche i rischi; non sono convinto che a livello relazionale i social media creino un vero miglioramento della qualità nelle relazioni, al massimo aumentano il numero delle stesse.

Intervista raccolta da Laura Brucalassi per l’Unione Musicale

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