Il programma che presentate a gennaio è un omaggio alla letteratura corale romantica. Ce lo illustra brevemente?
Si tratta di musiche di Schubert, Schumann e Brahms, i tre autori forse più emblematici del Romanticismo musicale tedesco per i quali non solo la musica strumentale ma anche lo sterminato repertorio liederistico riveste una fondamentale importanza; però, a eccezione di Brahms, la loro produzione corale specialmente quella di genere profano non è altrettanto nota, almeno in Italia; eppure si trovano in questo vasto repertorio pagine meravigliose. Ma non è solo la bellezza delle musiche che rappresenta il tema conduttore di questo programma quanto il rapporto con la grande poesia romantica: Goethe, Eichendorff, Uhland, Rückert, ma anche Walter Scott, Ossian. Sottolineo anche l’estrema varietà degli organici: coro misto principalmente, altre volte sole voci maschili o femminili. Diverse pagine sono a cappella oppure accompagnate dal pianoforte ma in altri casi si trovano ensemble strumentali particolarissimi, come il quintetto degli archi gravi (viole, violoncelli e contrabbasso) per lo stupendo Canto degli Spiriti sulle acque di Schubert/Goethe, oppure i 2 corni e arpa per i Canti op. 17 di Brahms; poi abbiamo una pagina rarissima e bellissima di Schumann in cui il coro è accompagnato da un flauto e da un corno. Insomma una grande unità di stile determinata dallo stretto rapporto tra poesia e musica romantica in un caleidoscopio di colori e timbri vocali e strumentali sorprendenti.

Quali sfide interpretative vi propone questo programma?
Innanzitutto la lingua: non certo una novità per il Coro Maghini cantare in tedesco, ma un conto è pronunciare e intonare correttamente il testo di una Cantata o di una Passione di Bach o l’Inno alla Gioia di Beethoven, un altro è invece cogliere e saper realizzare, al di là della corretta pronuncia, le tante sfumature della parola tedesca messa in musica, i contenuti e le mutevoli situazioni espressive in un repertorio che, pur trattandosi di musica corale, mantiene una dimensione cameristica. Poi c’è il problema dello stile, del rapporto tra la singola parola e l’intera frase musicale, delle sonorità che cambiano a seconda di ognuno dei tre autori; non è musica semplice per gli esecutori e pone il direttore di fronte a grandi responsabilità, ma tale è la bellezza di queste pagine che vale la pena, anche per noi italiani, di misurarsi con esse.

Per chi non ha mai cantato in un coro, ci può descrivere che tipo di emozione si prova?
È vero, bisognerebbe veramente provare a cantare in coro per capire cosa si prova e per comprendere la ragione di quella sorta di rapimento, quasi una forma di dipendenza da cui non ci si riesce più a liberare. Riporto solo una bellissima testimonianza che ci ha fornito, dopo un concerto, una delle più giovani cantanti che sono di recente entrate a far parte della nostra Accademia Maghini (i corsi di formazione per nuove voci): «È incredibile quando cantando insieme si perde la concezione di sé e ci si percepisce come un noi». Una frase come questa appaga quanto l’applauso di una intera sala, perché ben esprime quel senso di stupore nel momento in cui l’individuo si sente parte di un tutto che crea armonia e bellezza.

Generazioni di bambini crescono guardando cartoni animati che usano la musica classica, ma spesso non sanno neppure di averla ascoltata… Come favorire il contatto di bambini e ragazzi con la classica? L’esperienza corale può essere formativa e importante fin da piccoli?
Già la testimonianza che ho appena citato penso possa rimarcare quanto sia importante la pratica corale nell’educazione alla musica e nella formazione della coscienza sociale dell’individuo; è questo un concetto forte, che hanno affermato e praticato in molti, non solo le Singakademie tedesche dell’Ottocento e Zoltán Kodály nel secolo scorso, ma anche poi il nostro Roberto Goitre, una figura significativa della vivace realtà musicale torinese del Dopoguerra e che ci ha lasciato istituzioni importanti quali la Corale Universitaria, I Piccoli Cantori, una metodologia come il Cantar Leggendo e più che altro un messaggio educativo ancora attuale. Negli anni in cui ho diretto il Centro Goitre ho avuto innumerevoli conferme di quanto sia importante l’esperienza corale e come venga vissuta con gioia dai bambini; è sempre difficile però vincere quella sorta di sospetto, specialmente da parte di molti genitori, quel timore che la pratica del canto corale sia noiosa. Poi c’è anche un altro tipo di sospetto da parte degli educatori e degli stessi insegnanti che spesso propongono ai bambini repertori un po’ banali, troppo “infantili”: è vero, bisogna partire dalla musica che fa parte delle esperienze di ascolto anche inconsapevole dei bambini, ma non ci si deve limitare a questo; posso affermare che sotto la guida di un musicista/didatta preparato e appassionato i piccoli dimostrano una grande sensibilità e una straordinaria capacità di riconoscere la bellezza e il valore di una pagina musicale, specialmente quando è scoperta e vissuta attraverso la propria voce e la voce del coro.

Come cambiano l’ascolto e l’interpretazione della musica classica nell’era digitale, in cui la fruizione dei contenuti è estremamente veloce? Ha ancora senso l’ascolto di un concerto dal vivo?
Parto dell’ultima domanda perché questo è un tema molto delicato, a volte drammatico; quante volte assistiamo a concerti bellissimi in sale semivuote, con tante teste canute; stiamo forse pagando le carenze di un sistema scolastico in cui la musica, nonostante gli sforzi di tante bravi insegnanti, rimane pur sempre ai margini del progetto educativo. In questo senso, riallacciandomi alla risposta di prima, quanto sarebbe utile per la formazione del pubblico un’educazione musicale di massa attraverso il canto corale! Ma non è solo questa la causa: è anche vero che abbiamo ora a disposizione, attraverso Internet e la velocità di comunicazione, molte più possibilità di conoscenza e di confronto tra diverse interpretazioni; possiamo restare a casa e goderci ascolti resi perfetti da una tecnologia avanzatissima; tutto questo è molto utile ma non ha forse impigrito e viziato le nostre capacità di ascolto? Ci ha fatto perdere il senso di quell’esperienza unica e irripetibile che è il concerto dal vivo, che si può realizzare solo in quel momento e in quella sala, in quella particolare situazione acustica. Il concerto dal vivo può alle volte presentare anche qualche momento di imperfezione, ma nessun ascolto digitale può ricreare quell’empatia che nasce tra esecutore e pubblico, che ci coinvolge non solo in quel momento speciale ma che possiamo conservare anche per il nostro tempo quotidiano. Non dimentichiamo infine che il concerto è anche uno straordinario momento di socialità.

Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale

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