Se la storia della musica fosse una gigantesca megalopoli, la città “Musica del XX secolo” avrebbe in pieno centro un arrondissement “Pierre Boulez”, saturo di architetture moderne scolpite sfidando le linee e i volumi più arditi. Uno dei crocevia principali di quella zona vedrebbe confluire due grandi arterie: quella della Serialità (che dall’incrocio Dodecafonia, passando attraverso il piccolo e condensato quartiere Webern, una volta lasciata la stazione Darmstadt conduce in periferia) e quella dell’Alea (che attraversa Cage Park, incrocia corso Maderna per arrivare giù giù sino a Free Jazz Square). Ebbene quell’incrocio si chiamerebbe Le marteau sans maître. Siamo nel 1953-54, un trentenne compositore già fattosi conoscere con diversi brani seriali integrali (che portano alle estreme conseguenze la dodecafonia), fresco di una polemica innescata da un celebre articolo intitolato Schönberg è morto!, sceglie di musicare tre poesie di una raccolta scritta esattamente vent’anni prima, Il martello senza padrone, e ripubblicata dopo la guerra dall’autore, il surrealista René Char. Il martello marca il ritmo, e il ritmo scandisce la parola, ma procede senza padrone, senza maestro, senza (apparente) controllo. Ecco allora che anche nella pur complessa costruzione seriale dei parametri musicali viene meno la rigida applicazione “aritmetica”, per concedere qualche deroga, scelte puntuali di natura soggettiva. E la voce? Dapprima gli strumenti – scelti per richiamare sonorità lontane dalla tradizione europea, ma impiegati con una scrittura per nulla esoticizzante – le costruiscono il piedistallo, le volteggiano intorno, finché il canto perde progressivamente ogni valore lirico e semantico per diventare esso stesso strumento. «La poesia è al centro della musica – scrisse Boulez nella prefazione – ma è assente dalla musica, così come la lava vulcanica può conservare la forma di un oggetto anche se l’oggetto stesso è scomparso». (articolo di Simone Solinas)

{Originale su www.sistemamusica.it }

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